Fin dall’antichità, il vino è stato considerato un rimedio, un alleato prezioso
Enoterapia: quando il vino diventa cura per il corpo e per l’anima
Dagli antichi Egizi alle spa moderne, il viaggio millenario di una “medicina” che parla di cultura, convivialità e memoria.
In primis è necessario sottolineare che l’abuso di vino e alcol in genere non è salutare, esagerare nuoce alla salute del bevitore e spesso, in modo indiretto, di chi gli sta accanto oltre che diventare un pericolo per gli altri. Detto questo entriamo nel vivo dell’argomento, che vuole semplicemente analizzare un aspetto poco conosciuto del nettare di Bacco.
C’è chi dice che un bicchiere di vino sia come un abbraccio: scalda, rilassa e, per qualche istante, rimette a posto i pensieri. Non è solo poesia da osteria: fin dall’antichità, il vino è stato considerato un rimedio, un alleato prezioso a volte indispensabile, almeno nella percezione delle culture e civiltà che lo hanno amato.
Gli Egizi lo mescolavano con erbe e miele per curare ferite e disturbi digestivi. Ippocrate, padre della medicina, lo prescriveva diluito con acqua per “purificare il corpo” e come disinfettante ante litteram. A Roma, Galeno lo utilizzava per sanare i gladiatori feriti, convinto che potesse “rinvigorire la forza e placare il dolore”.
Il vino non è solo una bevanda, è un rito. Il potere “terapeutico” del vino, infatti, non risiede tanto in ciò che contiene, quanto nel modo in cui viene vissuto.
Il primo sorso è un invito a rallentare, il tempo si distende, i rumori si attenuano, le preoccupazioni si fanno più leggere. È questa dimensione, fatta di tempo lento e convivialità, a dare senso al concetto di enoterapia.
Louis Pasteur, padre della microbiologia, definì il vino “la più sana e igienica delle bevande”. Nell’Ottocento, in Francia, veniva persino servito in alcuni ospedali come complemento ai pasti, per “fortificare lo spirito e purificare il sangue”.
Winston Churchill considerava vino e champagne parte integrante della propria salute. Quando un medico gli consigliò di ridurre l’alcol, rispose: “Non posso vivere senza champagne a pranzo e claret a cena, è la mia medicina!”.
Durante la circumnavigazione del globo, l’equipaggio di Ferdinando Magellano sopravvisse allo scorbuto anche grazie alle botti di vino a bordo. Un rimedio casuale, ma efficace.
Insomma, fin dal medioevo e ben oltre il rinascimento, era più salutare bere vino, anche a bassa gradazione alcolica, piuttosto che bere acqua, spesso inquinata e molto poco salubre. Era offerto ai pellegrini come sostentamento, le calorie che il vino donava erano fondamentali a completamento dei frugali e poveri pasti di ogni giorno. Si pensa che a Bologna nel XV secolo se ne consumassero circa 2 litri al giorno comprese donne e bambini ma non sotto i 5 mesi, in quanto sconsigliato.
Oggi, l’enoterapia non si limita al calice, alla bevanda. Nei centri benessere, si praticano trattamenti di vinoterapia: bagni caldi in mosto, massaggi con olio di vinaccioli, impacchi a base di bucce e semi. In vigna, degustazioni lente e guidate diventano esperienze di mindfulness sensoriale, dove il vino è pretesto per fermarsi e ascoltare i propri sensi.
In fondo, il vero “potere terapeutico” del vino sta nei gesti e nei momenti che crea: il brindisi con un amico, il profumo che riporta un ricordo, la lentezza di un sorso condiviso. Non è una medicina, e vino e salute non viaggiano sullo stesso binario: l’enoterapia è soprattutto un’esperienza culturale ed emozionale, da vivere con misura e consapevolezza. Cin!
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