
Bevetene con giudizio. Amate con cautela. E mai, mai scrivere all’ex dopo il terzo calice.
C’è chi dice che il vino somigli all’amore. Sì, certo, se per somigliare intendi: ti prende bene all’inizio e ti rovina dopo.
Entrambi cominciano con un profumo che ti conquista, un sapore che ti incuriosisce, e un effetto collaterale: la testa leggera.
Il vino almeno è sincero: se fa schifo, lo capisci, te ne accorgi al primo sorso. L’amore invece? Ti racconta una favola, ti chiama “vita mia” e poi ti lascia con Netflix a guardare serie che non avresti mai scelto, oppure due piante mezze morte e una playlist Spotify condivisa che fa più male che bene. E la scorta di carta igienica?
Il vino almeno ha un’etichetta: ti dice chi è, da dove viene, che contiene solfiti. L’amore no: lo conosci, sembra un Barolo, lo porti a cena e scopri che è terza spremitura con complessi di superiorità.
L’amore è un vino truffaldino. Si presenta bene, ti stordisce con due note floreali e qualche carezza al momento giusto, e solo dopo ti accorgi che era troppo giovane. O troppo vecchio. O semplicemente, non per te. Ti arriva addosso senza avvertenze.
Con il vino, se sbagli bottiglia, puoi ridere della serata. Con l’amore, se sbagli persona, ridi solo molto tempo dopo. Forse.
In entrambi i casi c’è una fase iniziale in cui tutto sembra perfetto. Ma non è vero: è solo l’effetto placebo del desiderio.
Nel vino si chiama “bouquet”, nell’amore “fase dell’idealizzazione”.
Non stai amando qualcuno: stai amando l’idea che ti sei fatto di quella persona. È un’illusione aromatica.
E attenzione al vinello semplice: spesso è proprio lui che ti fa ridere, ti scalda e ti fa dimenticare chi, in certe sere di luna piena, citava Baudelaire a sproposito.
Tutto inizia sempre così: “Ci beviamo qualcosa?” o “Ti va un caffè?”. Poi ti ritrovi a discutere se il tappo va nel secco o nell’umido e a dormire con chi parla nel sonno e russa come un trattore.
E allora comincia la discesa. Le discussioni passive-aggressive sul termostato, le parole iniziano a cambiare gusto. Le pause si allungano. I silenzi pesano. Non parli più di sogni, ma di bollette. Di password Wi-Fi. Di chi deve uscire col cane sotto la pioggia. I messaggi lasciati in sospeso. Le frasi tipo “non sei tu, è il momento” o “meriti di più”. E svanisce tutto, come l’odore di vino in un calice abbandonato su un tavolino di un bar.
E qui arriva la solitudine. Non quella delle foto in bianco e nero con la tazza di tè e la copertina sulle ginocchia.
Quella vera. Quella che ti prende allo stomaco alle 2:17 di notte quando tutto è spento tranne il telefono, che guardi sperando che qualcuno scriva.
Ma non scrive nessuno. Perché sei solo. E lo capisci in modo violento.
C’è sempre quella fase in cui ti senti in una pubblicità: luci soffuse, calici che si toccano, sguardi complici. Poi ricomincia la serie Netflix, quella che non hai scelto e l’inganno dello spot finisce.
Eppure, puntualmente, ci ricaschiamo. Perché sì, il vino fa male, l’amore pure, ma entrambi... oh, quanto sanno farti volare. Ma attenzione: entrambi, se esageri, fanno male. Il vino ti lascia il mal di testa, l’amore ti lascia il vuoto.
Non quello da riempire. Quello che impari ad abitare.
Come il buon vino, anche tu riposi, ti stabilizzi. Lasci che il silenzio faccia il suo lavoro. Ti rendi conto che stare da soli non è una condanna: è una cantina segreta dove avviene la trasformazione.
La solitudine diventa spazio. Tempo. Cura. E lentamente, molto lentamente, ti riscopri capace di ridere da solo, di prepararti una cena senza sentirti vuoto, di brindare anche senza nessuno di fronte. Quella è la rinascita. Quando non cerchi più un calice da riempire per dimenticare, ma uno da condividere con chi sa il valore dell’attesa.
E allora, sì ecco, continuerai a bere. E ad amare. Ma lo farai con occhi nuovi. Non per colmare un vuoto, ma per celebrare una pienezza. Il vino, in fondo, ci scalda lo stomaco, l’amore, quando funziona, ci scalda la parte che non sappiamo nominare.
E allora ci inventiamo un equilibrio: bere con moderazione, amare con cautela. Assaggiare, non tracannare. Osare, ma tenendo d’occhio l’uscita di sicurezza.
Ma, a volte succede, apri una bottiglia, e il vino è giusto: profumato, rotondo, accogliente. Poi alzi lo sguardo, e anche chi hai davanti è giusto. Non perfetto. Ma presente. Vero.
Nessun filtro, nessun effetto speciale. Solo due bicchieri, una tavola apparecchiata senza fretta, e silenzi che non pesano.
Perché non serve riempire ogni vuoto con parole: basta esserci. E allora il vino non è più solo alcol. È calore. È ritmo. È ascolto. E l’amore non è più una rincorsa. È scelta. È casa.
Ci si guarda, si sorride senza motivo, e si sa.
Che si è fortunati. Che non capita spesso. Che stavolta, forse, è diverso.
Perché il vino buono non ti stordisce: ti accompagna.
E l’amore sano non ti consuma: ti nutre. E se si trovano, per davvero, fanno festa insieme. Insieme a te.
Moralina finale? Bevetene con giudizio. Amate con cautela. E mai, mai scrivere all’ex dopo il terzo calice.
Un brindisi. Cinico, ma col cuore.
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