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Paolo, Galla Placidia, l'Albana e Brisighella

Aggiornamento: 24 mar 2021

Un rosso travestito da bianco, quasi un lupo tra le pecore, che nasconde, in attesa di svelare con assoluta irruenza, ogni suo perché, ogni sua essenza dell'essere, impetuosa. L'Albana non è una ragazza bionda con modi gentili e garbati che cammina perfettamente in equilibrio su un tacco 12. No, non proprio. l'Albana è una ragazzona villereccia con lunghi capelli castani spettinati, stopposi e dotata di una rara muscolatura. Forse Albano era meglio. Irruenta e travagliata, di indole instabile, rende difficile la vita a chi dovrà domarla, capirla, imbottigliarla.

Si narra che questa uva possa essere originaria dei Colli Albani, a Sud di Roma e che i legionari la portarono sulle sponde del Rubicone. Tutti poi conosciamo la trita leggenda che narra di Galla Placidia figlia di Teodosio quando, durante il loro passaggio in Romagna, le venne servito questo vino in una rozza coppa di terracotta e lei disse: "Non così umilmente ti si dovrebbe bere, bensì berti in oro, per rendere omaggio alla tua soavità". Il villaggio dove si fermarono a ristorarsi prese poi il nome di Bertinoro, dove orgogliosamente ha inizio il mio cammino nel mondo del vino.

Album o albus, in latino, significa poi bianco, quindi il nome Albana potrebbe anche derivare da questo. Insomma dell'Albana ne hanno parlato proprio tutti. A me piace l'originale e appassionata versione che ne da Falcone nel libro "Intorno al vino", dopo la lettura stapperesti più bottiglie per scoprirne segreti e umoralità. Uscendone sconfitto.

Di quest'uva e del suo vino ne parlò molto tempo prima Catone e naturalmente anche Plinio il Vecchio. Non mancò di disquisirne Pier de'Crescenzi nel XIII secolo. Nel corso dei decenni, gli studiosi hanno fatto un po' di confusione affibbiando a questo vitigno almeno una trentina di nomi, probabilmente per il garbuglio di idee che possono ammaliare ma oggi sappiamo che certamente i più diffusi sono 5 cloni, Albana Gentile di Bertinoro, le imolesi Bagarona e Compadrona, la Serra e la Gaiana l'unica a grappolo piccolo. A parte qualche rarità, probabilmente ci sono tanti altri cloni ma sono perlopiù sconosciuti. In un epoca di bianchi fini, eleganti, semplici, pieni di frutta e fiori un Albana è come un elefante in una stanza di cristalli, la mascolinità non la nasconde anche se oggi, di questo vino, ne troviamo diverse versioni. Non esiste una strada maestra nell'Albana, uno stile preciso, ma la bizzarria ha il sopravvento. Nel calice potremmo ammirare gialli intensi e caldi e trovare cose che raramente scoveremmo in un bianco. Frutti e fiori gialli, scorza di agrumi, fichi bianchi e poi fieno, ginestra, miele. Non mancheranno acidità, mineralità e a me l'Albana richiama una stagione che amo particolarmente, l'autunno. Le foglie gialle e arancioni, le rugiade e quei profumi, si per me sono suadenti profumi, di una terra che, stanca, cerca il riposo. La sua struttura ben piazzata e il sorprendente tannino sono imbrigliati da una sinuosità intrigante.

Signori uomini, allora uscireste con una ragazza così o vi siete spaventati? Nevrastenica, folle e spettinata. Ma bella da morire e affascinante come non mai.

Da Castel San Pietro BO a Rimini l'Albana ha dissetato diverse generazioni, dall'impero romano ai nostri giorni. Era il vino bianco del contadino romagnolo, quasi torbido, con aromi decisi, sentori di ossidato e soprattutto molto zuccherino. Oggi è una realtà di assoluta eccellenza, basti pensare che è il primo vino bianco ad ottenere la DOCG nel 1987. Si può produrre nella versione Secco, Amabile, Dolce, Passito e Passito Riserva.

Ignaro, sto per scoprire un'Albana che mi lascerà un profondo ricordo e complice di questa mia rivelazione sono proprio Francesco Falcone, il perfettissimo Filippo Leoni di Pertinello e Fabio Cavola, oste in Coriano.

Conoscerò un produttore che dell'Albana ne realizza un'espressione di tangibile autenticità, che racchiude un concentrato di cielo e di terra, aria e acqua, luce e ombra.

Paolo Babini la produce nella sua azienda Vigne dei Boschi a Valpiana di Brisighella RA. L'azienda viene acquistata da Paolo nel 1989 e la sua passione per i vini di qualità fanno si che già prima dell'acquisto furono fatti studi geologici e climatici per capire dove potesse essere la zona più adatta alla produzione di vini di maggior pregio. Siamo a 400 metri di quota e la Toscana non è lontana, sfidando la tradizione, Paolo inizia una produzione ad altitudini non consone, lassù le maturazioni sono più tardive, la pianta può attingere dal terreno più sostanza e gli sbalzi termici tra notte e giorno favoriscono un maggiore sviluppo aromatico. I vigneti sono posti, tra cime di dolci colline altipiani protetti interamente da boschi fitti e prosperi dove vengono a crearsi distinti microclimi. Continue brezze asciugano gli acini e regolano le temperature. Paolo comprende e intuisce dove mettere a dimora le nuove viti, sa dove quella determinata varietà darà i risultati migliori, le densità delle piante per ettaro e le forme di allevamento più adatte daranno basse rese e qualità più alte. Il 30% dei vigneti è a Sangiovese, Pinot Nero, Syrah, Merlot e autoctoni in sperimentazione, il 70% saranno bianchi come Albana, Trebbiano, Riesling, Sauvignon, Pagadebit, autoctoni e internazionali in fase collaudativa. Nel 2000 dopo circa 10 anni il rinnovamento è quasi completo e le piante già a dimora sono in piena maturità, inizia la trasformazione interamente in azienda e a supportare il bravo Paolo c'è la moglie Katia.

E' dal '94 che la gestione dei vigneti è in ottica biologica e nel 2002 in quella biodinamica. In vigna si usano sovescio, compostaggi, non si arriva a fare cinque trattamenti annuali e dal 2019 solo con preparati di erbe, propoli e zolfo. Si seguono i lenti ma fondamentali ritmi dei movimenti della Luna e dei pianeti, secondo Paolo le viti devono poter interagire con l'intero ambiente circostante, come se il bosco che circonda i vigneti facesse esso stesso parte dell'impianto, nelle sue vigne non si eseguono potature verdi in quanto la vite è una liana e va lasciata tale. La natura aggiunge tutto ciò che è necessario, l'intervento umano deve essere limitatissimo. Qui a Valpiana, in questa conduzione un po' borderline, si ricerca il perfetto equilibrio con l'ambiente e Paolo lo ha trovato ed è convinto che questa alchimia in vigna trasmetta una positiva energia fin dentro ogni bottiglia prodotta. Ma come possiamo dargli torto? Nelle sue viti c'è vita, l'estremo concentrato di natura e la più autentica espressione del territorio dove nulla è stato tolto o modificato.

La stessa filosofia viene applicata in cantina dove la mano dell'uomo è quasi abolita e i processi di vinificazione seguono il più possibile l'evoluzione naturale nel compimento del vino. Del resto scegliere le piante più adeguate al mesoclima, evitando di mettere a dimora viti meno adatte porta sicuramente ad un intervento minore dell'uomo e di conseguenza viti meno indebolite dai trattamenti.

Mi ha colpito poi come in questa azienda vengano gestite le fecce, dove ne avviene una selezione e solo quelle più profumate si riutilizzano sui nuovi vini donando loro più complessità e maggiore incidenza aromatica.

E' servita una bella dose di coraggio, ai coniugi Babini, ad attendersi poca produzione e vedere inizialmente viti povere di frutto. Ma l'armonia e la saggezza del dialogo con la natura li ha ripagati con le sue carte migliori regalandogli produzioni di assoluta qualità.

Il sorprendente Paolo, mentre mi stupisce con i suoi racconti, ci prepara diverse bottiglie e la moglie Katia decora bianchi vassoi di ceramica con salumi e formaggi, piadina casalinga e verdure dell'orto.

Tra un Riesling e un Sauvignon, approda nel mio calice un MonteRe Bianco Ravenna IGT 2017. Albana in purezza da diversi cloni, risultato del vigneto Vigna della Rosa del 1985 a dimora su terreno calcareo con esposizione nord-est, densità 3000 piante per ettaro, allevamento a Guyot. Da uve libere da sostanze chimiche, fermentazione spontanea in legni francesi di secondo passaggio, senza filtrazioni, l'affinamento prosegue sempre in barriques di Allier di secondo passaggio per 12 mesi. Quindi cosa possiamo attenderci nel calice? Un'interpretazione blanda e impersonale? Un piatto vinello che se fosse stato fatto in pianura tra campi di barbabietole sarebbe il medesimo? Nossignori abbiamo nel calice la più pura parafrasi di uno splendido territorio d'elezione, un intenso umore, un medicamento per l'anima. Giallo dorato carico, oro liquido che sprigiona una complessità olfattiva avvincente ed intrigante, frutti bianchi maturi e una buccia di agrume giallo che si mescola ad erbe officinali con note fresche e fiori secchi. Il tannino si avverte ma rimane una eccellente comparsa, bella mineralità e delle ben avvertite note sapide, nella bevuta, sono sostenute da una comunque lieve freschezza bilanciando così la polposa parte morbida e vellutata.

Eccola, irruente e tremenda, bella e sensuale.

Nelle bottiglie di Paolo c'è tutta l'Albana possibile delle colline di Brisighella.

Lo accompagnerei ad antipasti di salumi e formaggi di media stagionatura, passatelli in brodo, da provare con piatti di pesce strutturati e complessi, con crostacei o con carni bianche elaborate.

Si fa tardi, saluto Paolo e Katia con un arrivederci a presto perché stavolta me ne vado solo con qualche bottiglia di Albana MonteRe, le altre etichette mi attendono in buone mani. Ringrazio Francesco, Filippo e Fabio per la meravigliosa e istruttiva compagnia. La strada per le mie terre non è lunga ma sarà ricca di suggestioni, considerazioni e una domanda, ma allora l'Albana ha solo tacchi nel portascarpe o anche stivali?

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