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I grandi piccoli Colli Bolognesi - Maria Bortolotti

La Pianura Padana, sconfinati malinconici orizzonti, a tratti interrotti da sagome di alberi o campanili è una linea che si fonde col cielo in un punto che non vedremo mai perché è sempre più in là, oltre quel punto. Se guardassimo una cartina geografica e volessimo tracciare una linea dalle prealpi veronesi, sopra Legnago, fino ai piedi degli Appennini, arriveremmo in zona Bologna, probabilmente vicino a Zola Predosa.

Questa linea correrebbe per quasi cento chilometri, attraversando fiumi, torrenti, centri abitati e soprattutto un vastissimo ambiente agricolo pluricolorato, variegato con un tema ricorrente, la foschia, nebbia sottile e impalpabile che per quasi tutto l'anno vela le tinte di queste campagne immense, sconfinate.

Partendo da nord e scendendo verso sud, questa immaginaria traccia, si lascerebbe alle spalle le imponenti, ma non ancora maestose cime veronesi e terminerebbe, stanca, sulle primissime salite pedecollinari che anticipano i colli di Bologna.

Qui, appena fuori la città, nella parte più occidentale della stessa, convivono a poca distanza tra loro diverse aziende vitivinicole, alcune più strutturate, altre meno o non ancora tali. Talune guidate dalla tradizione altre spinte dalla creatività.

In questi mesi ho scoperto produttori che perseguono stili più tradizionali, realizzando bottiglie di assoluto pregio, quasi a rasentare il vino magistrale, alla continua ricerca dell'espressione più rassicurante del proprio territorio, altri che invece riscoprono antichi vitigni e imbottigliano storia, con encomiabili successi. Ci sono poi vigneron felsinei che assemblano più uve alla ricerca dell'equilibro perfetto e altri che cavalcano l'onda del ritorno alla natura, oltre il biologico, nei pressi del biodinamico.

Probabilmente dopo decenni di vini artefatti, costruiti solo per il mercato che chiedeva grossi grassi vini dai sentori terziari protagonisti, mattatori di bottiglie imploranti di assomigliare ad altre, qualche coraggioso vignaiolo ha deciso che sarebbe stato più importante fare un vino che rispecchiasse il territorio e non le primedonne sulla piazza del commercio.

Per avvicinarsi a queste idee ci vuole, comunque, molto coraggio, un pizzico di fantasia e una predilezione particolare a riconoscere l'ambiente che ci circonda come parte della vigna stessa, parte di ogni acino che verrà pigiato e diverrà vino.

Come se all'interno di ogni molecola del frutto ci fosse un concentrato di tutto ciò che gli vive attorno. Se poi siamo nel 1987, la cosa risulterà alquanto rara anche se il movimento, l'idea sta sbocciando in diverse zone italiane.


A proposito... a Zola Predosa si trova il Museo di Arte Moderna Cà la Ghironda. Un’area museale che ha la sua sede a Ponte Ronca di Zola Predosa, nell’hinterland metropolitano di Bologna, Una tappa turistico-culturale di eccezione. L’area museale ospita infatti una collezione d’arte moderna e contemporanea di pittura e di scultura di importante pregio artistico. Le sale espositive accolgono le pitture della collezione e le opere delle mostre temporanee organizzate in un fitto calendario espositivo.
www.ghironda.it

Di famiglia contadina originaria di Corticella, un borgo a nord di Bologna, non vive la campagna in ogni sua sfaccettatura ma studia e insegna lettere per trentacinque anni per poi ritornare ai campi che ama particolarmente ma in un'altra zona, a Zola Predosa e più precisamente nella frazione di Ponte Ronca a est della città. Maria Bortolotti fin da subito ha un tarlo fisso nella testa, produrre vini con pochissimi interventi umani, assenza di interventi chimici e riduzione massima di interventi meccanici, i suoi vini dovranno esprimere il vigneto, dovranno essere lasciati liberi di percorrere la strada che la natura ha scelto per loro.

Mi colpisce un'aneddoto che mi viene raccontato dal figlio della signora Bortolotti, Flavio, ottimo narratore dall'aplomb britannico, nel momento di dare vita all'azienda, viene fatta un'indagine sottoponendo a un gran numero di anziani del luogo la domanda: "Ma qui che uva c'era una volta?" cui seguiva nella stragrande maggioranza dei casi la risposta che c'era un po' di tutto, purché non desse problemi in vigna e che potesse dare un buon vino. In effetti ascoltando diversi vignaioli dalle rughe profonde, con decine di vendemmie sulle mani mi rendo conto che la risposta è sempre la stessa, utilizzavano tante uve diverse che potessero rendere equilibrato un vino figlio, probabilmente, di pratiche enologiche sia in vigna che in cantina un tantino superficiali, del resto abbiamo già citato le storiche problematiche di queste zone. Se volgiamo uno guardo al passato ci rendiamo anche conto che il monovarietale non era comune ma, quasi tutti i vini erano assemblaggi di diverse uve, quella che donava più acidità, quella che aveva grandi doti di invecchiamento, quella che dava un aroma più deciso, quella che colorava in maniera ottimale vini magari un po' scarichi e così via. Ogni anno, non essendo mai copia di quello prima, si rendevano necessari aggiustamenti, correzioni che, senza un massiccio intervento umano, dovevano venire dalle uve adatte, quelle più indicate a risistemare gli equilibri.

Con questi intenti, volti al biologico, l'azienda Maria Bortolotti pone delle basi con le idee molto chiare e aderisce fin da subito al programma di Giorgio Celli Vino del parco. Certificata biologica, anche la trasformazione delle uve in cantina avviene in maniera naturale. L'espressione della terra, del cielo, della natura è racchiusa in ogni annata, singolare, unica, irripetibile ma non solo, stiamo parlando di vini non convenzionali, nei quali viene raccontata l'apparizione dei primi fiori, del nuovo germoglio, dei primi passi della nuova fauna dei campi.

I suoi vini sono realizzati per celebrare sfumature di colore, bouquet olfattivi, emozioni al palato, brividi fuori dai precetti istituzionali e dagli attesi manierismi che abitano noiosi scaffali.

Per questo, i vini di quest'azienda, trovano una perfetta collocazione nelle righe di una commedia di Shakespeare: La XII Notte, opera in cui si cita, secondo diverse tradizioni, il contatto tra il mondo ultraterreno e il mondo reale dove l'occulto si svela, dove termina il periodo più buio dell'anno e la natura si risveglia, quando il ciclo della vita ricomincia, quando la nuova vita prende il posto della vecchia.

Su queste primissime colline, nei vini di Flavio ci dobbiamo attendere prodotti naturalmente universali, che non celano l'orchestralità dell'intero ambiente circostante ma lo esaltano, nei quali il concetto di razionalità deve essere oltrepassato, vinto, per i quali l'insensibile e fredda analisi descrittivo-nozionistica può prendersi una vacanza. Qui sui primi pendii, nelle prime quieti, più in là dell'ultimo asfalto cittadino è tempo di udire, ad ogni sorso, le proprie emozioni, i propri sensi, il respiro stesso della natura.

Completamente catturato da questi racconti non mi accorgo che il bravo Flavio mi ha messo nel calice un Falestar, faville in italiano, 2018. Realizzato con le prime uve di Pignoletto di fine agosto con una pre-raccolta per una adeguato pied de cuve, in quanto un vigneto allevato in regime biologico potrebbe sviluppare autonomamente buoni lieviti autoctoni, ma il forte caldo degli ultimi anni ha decisamente mutato questa situazione e i lieviti che si trovano sull'acino si sono notevolmente ridotti. Dopo la pressatura di tutti i frutti già selezionati durante la maturazione avviene un breve passaggio in acciaio, travasi, aggiunta di mosto mantenuto al freddo per ottenere la rifermentazione in bottiglia. Pronto dopo pochi mesi. Fine. Si stappa. Si fanno partire i sensi.

Il calice è a più di mezzo metro da me, l'aroma profondo e penetrante di questo prodotto mi arriva dritto come un dardo. La bottiglia trasparente non nasconde il colore, ammaliante, del vino che nel calice è giallo paglierino, torbido, lo porgo al naso e il colpo del dardo si amplifica, la persistenza è elevata, lunga. Il sorso è un esplosione di freschezza, si rincorrono velocemente frutti maturi e fiori di campo e sale e fieno, sul finire la frutta diviene gialla, arancione, albicocca. Intenso, lungo con una personalità inconsueta, va gestito con attenzione tra lingua e palato, carattere deciso, mai scorbutico ma carismatico, quasi selvaggio ma con delicatezza. Ed è ancora lì che ti parla si sè, lungo, lunghissimo. Lo vedrei nel calice a lato di spensierati antipasti con salumi e formaggi piuttosto stagionati, fritto alla bolognese e allegria.

Assaggio altri vini, il Bosco 2018, Pignoletto che dopo la pressatura fa fermentazione e affinamento in tonneau. Un bel colore giallo intenso brillante, il naso lascia spazio a suadenti note ossidative che danzano e si muovono insieme ai caratteri varietali e terziari molto fini, trasparenti, eleganti. Il sorso intenso e diretto, ci regala sensazioni di freschezza ben bilanciata da un'inaspettata morbidezza. Sorseggiamolo con i suoi tortellini in brodo o un buon pollo al forno.

Il calice si colora di rosso per una Barbera di elevata complessità. Il Matilde 2018 è un rosso che gronda di frutta rossa con una acidità intensa e probabilmente mitigata da una raccolta un po' tardiva. Quasi masticabile mantiene un'intensità formidabile donando al palato bellissime sensazioni che accompagnerei a piatti di carni rosse finemente preparati.

Vini interessanti, da scoprire e assaggiare, sapendo che le prossima annata sarà unica e irripetibile, vorrei che il dotto Serpieri potesse essere qui oggi per poter assaggiare i vini frutto di tanti esperimenti e testare il coraggio di quei vignaioli che abbracciano anche vie diverse. Complimenti a Flavio che saprà accompagnarvi in un viaggio incredibile tra emozioni, sensazioni, stati d'animo e incontri inaspettati al confine della XII notte.

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