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Puglia. Un calice non basta.

Nel mio girovagare per cantine e cucine italiane, vorrei fermarmi un attimo in una terra bruciata dal sole e bagnata da due mari. Non è Cuba o la Florida e nemmeno il Madagascar. Siamo sempre nello "stivale" ma nel tacco. Siamo in Puglia o Apulia o possiamo dire Magna Grecia?

Probabilmente i Fenici misero piede qui ben prima dei Greci portandosi magari dietro qualche barbatella. Qui i terreni, il sole, le brezze che vengono dal mare rendono questa regione particolarmente vocata per la produzione di grandi e grossi vini. Dal VI secolo prima di Cristo poi, si sono viste fiorire le colonie Greche e la coltura della vite potè svilupparsi appieno. La Magna Grecia è sempre stata una delle porte d'ingresso per le antiche varietà di uva che, nei secoli, transitavano dal vicino oriente alla Grecia e da lì fino a tutta la nostra penisola con scambi, commerci e viaggi. Poi arrivarono i Romani che apprezzavano particolarmente i vini pugliesi, tanto che Orazio li paragonava al Falerno, il vino più famoso e migliore che i romani bevevano. E come sappiamo già, i Romani ottimizzarono le produzioni enologiche al punto che ogni legionario in "missione" per l'Europa si portava una piantina di vite, infatti molti vini che fanno le fortune di altre realtà vitivinicole oltre il nostro confine hanno proprio questa origine, un pezzo del bagaglio di un soldato romano. Con il declino e la caduta dell'impero romano d'occidente, in Puglia transitarono, Eruli, Ostrogoti e tornarono i Romani ma quelli d'oriente, i Bizantini. Poi i Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi e Spagnoli fecero propri i destini della Puglia. Poi i Borboni, Napoleone che abolì il feudalesimo per sempre e il ritorno dei Borboni fino al Regno d'Italia e ai giorni nostri. Purtroppo ho fatto la storia di una meravigliosa regione in poche e poverissime righe, non me ne vogliano gli amici pugliesi, ma vorrei parlare di cosa versiamo nei calici altrimenti non ne basterebbero centinaia, di righe. Difficile scrivere comunque in breve delle eno-historie d'Italia, lo spazio non basta mai. Il vino pugliese quindi ha seguito le vicissitudini storiche della sua regione fino al dramma della fillossera che azzerò, o quasi, le colture di tutta la Puglia.

Dobbiamo considerare che, enologicamente parlando, la regione è oggi una delle più importanti e produttive d'Italia con circa 87.000 ettari vitati e per decenni, se non secoli, i suoi vini sono stati utilizzarti per tagliare i poco "massicci" vini francesi e del Nord Italia donando loro colore e corpo. Il parassita maledetto con la sua devastazione non fu però tutto dolore e cenere ma fu l'occasione di ricominciare, rivedendo, in parte, la filosofia stessa della viticoltura pugliese che da un lato manteneva la tradizione di produrre vini da taglio e dall'altra migliorarli qualitativamente. Tutt'ora i vini conosciuti in tutto il mondo sono quelli di questa rinascita. Sono però pochi i decenni che vedono i vini pugliesi insignirsi di un fregio di assoluta qualità, che si alza di anno in anno con sperimentazioni che portano alcune uve ad ottenere risultati, in vinificazione, nemmeno sognati pochi anni or sono.

In Puglia e nella DOC Salice Salentino si allevano diversi tipi di uve che danno ottimi risultati ma quando parliamo di vini di queste terre ci vengono subito in mente Negroamaro e Primitivo. Ma "chi" sono questi vitigni? Il Negroamaro ha antichissime origini probabilmente greche e il suo nome pare, dico pare perché ci sono diverse teorie, che derivi dal latino nigro, nero, e dal greco màvros, nero, cioè un vino tanto scuro da essere detto due volte nero, in dialetto locale però suona come niuru maru e da qui l'evoluzione del nome è un breve salto. Vino da sempre apprezzato in tutta la Puglia è il simbolo stesso della rinascita enologica pugliese e da sempre utilizzato come vino da taglio, ora con adeguate attenzioni in vigna e in cantina si producono bottiglie di altissimo livello. Il cugino del Negroamaro è il Primitivo che ha diverse origini, pare croate. Ha attraversato più di duemila anno fa l'Adriatico e da diversi decenni ha attraversato anche l'Oceano Atlantico e tutti gli Stati Uniti andando a creare il blasonato Zinfandel californiano.

Il nome, beh il nome la dice tutta, uva precoce che già nella seconda metà di agosto ha sviluppato tutte quelle caratteristiche adatte alla sia vendemmia. Ora prendiamo la cartina della Puglia e la avviciniamo al naso, senza incrociare gli occhi, poniamo lo sguardo sul Salento, la zona più a sud poi su una zona tra Brindisi e Lecce, proprio in mezzo dove non ci sono spiagge ma il mare non è lontano. Siamo nella DOC Salice Salentino e in questa denominazione troviamo un esempio del mettersi insieme e fare grandi cose, poco consueto in questo nostro bel Mezzogiorno ma più normale in Alto Adige. Siamo a San Donaci BR e la nostra lente d'ingrandimento si sposta sulla Cantina San Donaci.

Partiamo dal 1933 quando un gruppo di 12 agricoltori, per sviluppare i loro prodotti decidono di fondare un'azienda che, superate le prime diffidenze vede subito confluirne altri fino ad arrivare ad oggi con quasi 300 soci all'attivo. Questo grazie ad una politica volta ad un progressivo miglioramento sotto tutti i punti di vista, sia del prodotto che tecnologico. Ora, questa azienda è un punto di riferimento per l'agricoltura salentina e sicuramente anche di quella nazionale con i suoi 25-30.000 quintali di uve conferite. Proprio da questi risultati nascono eccellenti vini che non si discostano mai dall'iniziale idea di un costante rifiorimento del prodotto.

Cantina San Donaci mette a disposizione dei soci conferitori esperti agronomi ed enologi che consigliano loro varietà da allevare, potature e momenti migliori per le raccolte perché solo da un frutto sano può nascere un vino di qualità. Tute le uve dei soci sono di vigneti poste all'interno della zona Salice Salentino.

Di questa eccellenza del nostro Sud ho potuto apprezzare diverse bottiglie ma di almeno 3 vorrei condividere l'esperienza, un Negroamaro, un Primitivo e un blend che sveleremo a breve. Ho iniziato con Anticaia Primitivo IGP Salento 2018 in purezza che sviluppa un tranquillo 13,5% di alcool e che fa affinamento solo in acciaio per esaltare il frutto più naturalmente possibile. Di un rosso rubino intenso, al naso, piuttosto complesso, i piccoli frutti rossi maturi, cotti dal sole salentino si sentono eccome e quando lo sorseggi, il calore dell'alcool esalta la morbidezza dei tannini che non si fanno chiamare due volte. Una bella intensità e una persistenza che ci si attende da un vino come questo che ho abbinato ad un salume tipico come il capocollo di Martina Franca insieme al caciocavallo podolico del Gargano. Non pago di questa saporita esperienza passo all'Anticaia Negroamaro IGP Salento 2018, stesso percorso in vinificazione e affinamento del cugino Primitivo, per afferrarne le differenze, che si notano eccome, partendo dal colore che mi ritrovo nel calice, rosso rubino con riflessi viola che ti anticipa aromi di frutti rossi e neri con una bellissima nota evidente di balsamico mediterraneo. Al palato il poderoso tannino non è sgarbato ma ben rotondo e aristocratico, le note balsamiche e terrose risultano piacevolmente amarognole sul finire. Le orecchiette con sugo di braciole, secondo una ricetta di un'amica pugliese le ho abbinate a questo vino potente ed elegante, avvolgente e se vogliamo ruffiano, un sorso chiama il prossimo.

Prendo la terza bottiglia, Contrada del Falco, un meraviglioso assemblaggio di Negroamaro al 50%, Primitivo e Malvasia Nera al 25% per entrambi gli uvaggi.

Quando lo verso nel calice noto un colore rosso scuro, impenetrabile e a una certa distanza dal naso si svela subito l'intensità i questo vino, frutti rossi e neri maturi e in confettura, note di cacao e balsamiche. Al sorso è avvolgente e caldo, i tannini sono ben arrotondati e correttamente dosati, un corpo robusto e ben equilibrato che ho abbinato alle braciole tolte al sugo per le orecchiette, perfetto!

Che viaggio in Puglia, tutta nei calici e nei piatti. Una eccezionale esperienza che vorrei presto ripetere con altri vini della Cantina San Donaci, Fiano Salentino, Chardonnay e i rosati, vanto enologico pugliese. Ora con il caro amico Giuseppe, affettiamo un po' di guanciale di Faeto dei Monti Dauni. Ancora Puglia. W la Puglia.

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