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I grandi piccoli Colli Bolognesi - Vigneto delle Terre Rosse Vallania

Aggiornamento: 23 set 2021

Un viaggio nel viaggio. La scoperta e la consacrazione di giovani vignaioli, speranza di un futuro, conferma del lavoro che si sta svolgendo e risultato degli sforzi del passato.


Abbiamo già citato come i colli di Bologna siano parte integrante della città e come ci possano sorprendere dietro ad una curva, tra gli ultimi condomini e palazzi urbani.

La lunga ombra dei primi faggeti rinfresca i balconi di palazzine e cortili prima di perdersi tra siepi di ville storiche e tra i primi campi.

Abbiamo anche già osservato come la viticoltura a Bologna sia stata, per secoli, un'appendice di economie più remunerative e più utili nel ciclo dei fabbisogni della vita di allora; economie fondate sulle reali necessità di chiudere cerchi produttivi fini a se stessi, in un infinito susseguirsi di stagioni e raccolti.

Nel periodo post-fillossera nel vigneto bolognese dilagarono uve internazionali che tutt'ora trainano la fama di alcune etichette. Gli autoctoni, vuoi per difficoltà di allevamento e vinificazione, vuoi per scarsa qualità dei vini prodotti, non hanno mai trovato un giusto posizionamento sui mercati e furono quasi del tutto abbandonati.

Mio padre, classe 1940, ricorda con lucida memoria uno dei nomi che diversi decenni fa fece parte di quella piccolissima schiera di personaggi del vino bolognese che percorse la strada della qualità con grande slancio, coraggio e lungimiranza uscendo dall'anonima mediocrità.

Nel 1961 Enrico Vallania, rifondando l'azienda agricola ricevuta in eredità dal padre, intravide il potenziale delle proprie terre per una produzione vinicola di valore.

Di professione medico ma enofilo nell'animo, amante della ricerca e della sperimentazione ebbe la brillante intuizione di provare ad impiantare su questi suoli ricchi di argille calcareo-ferrose solo le tipologie di uve che meglio si adattavano. Ai vigneti, da tempo immemore già presenti, di Cabernet Sauvignon, Malvasia e Riesling Italico, poi scoperto essere Grechetto, furono affiancati Merlot, Chardonnay, Sauvignon Blanc, Pinot Bianco e Pinot Nero. Scartati tutti gli altri, privi di risultati degni di nota, ma solo dopo anni di esperimenti.

Il Dottor Vallania, visionario creativo, mise in pratica anche in cantina tecniche atte a dare una sterzata in direzione della qualità per arrivare a produrre vini di assoluto pregio in una terra dove di pregio finora se n'era sentito parlare molto poco.

I nuovi impianti, erano composti eccezionalmente e per la prima volta sui colli Bolognesi, direttamente da cloni francesi, con barbatelle acquistate direttamente in Francia.

Queste attenzioni, sia in vigna che in cantina, la filosofia aziendale che pretendeva il minimo intervento umano possibile, portarono ben presto a produrre eccellenti vini i cui prestigi oltrepassarono i confini provinciali, regionali e anche nazionali, il buon nome dell'azienda e le sua bottiglie erano sulla tavola di noti imprenditori lombardi e nei calici dei reali d'Inghilterra.

Gli anni '70 e '80 sono quelli in cui il nome Vigneto delle Terre Rosse Vallania diventa sinonimo di grandi vini dei colli di Bologna con l'accento francese, il successo fu scontato e cavalcava, forse, l'eco di quei tagli bordolesi toscani che tutt'oggi possono competere con i Grandi Cru d'oltralpe.

Per essere originale, innovativo e preservare tutti gli aromi primari e secondari delle sue uve francesi, i vini di Enrico Vallania non affinavano legno ma solo in cemento e acciaio con gran stupore di tutti.

Purtroppo il Dott. Vallania scomparve prematuramente nel 1985 lasciando agli eredi un progetto, un idea, una gara da correre, non per vincerla, ma per cavalcare un sogno.

Quando corri su una pista, con i tuoi avversari, concorrenti, che ti guardano solo la schiena, che assaggiano la tua polvere, potresti per un eccesso di sicurezza togliere un po' di pressione sul pedale dell'acceleratore o calcolare distrattamente come affrontare una curva. Produrre vino, però, non è una gara che finisce quando oltrepassi il traguardo, fare vino è una corsa continua dove non esiste una conclusione, ma continua anno dopo anno, stagione dopo stagione.

Gli anni passano. Il germoglio dell'intraprendenza e della ricerca dell'eccellenza è nato e sui colli c'è gran fermento.

Un vitigno che fa vino bianco, antico e poco gradito agli antichi romani, sta diventando un vero punto di riferimento per tutti gli spettinati e sbadati Colli Bolognesi.

I vigneti di Vallania sono lì, inerti, a guardare Bologna che cresce, nelle bottiglie non c'è più la visione, la fantasia, la creatività. Dentro c'è solo vino senza amore, una bevanda astemia, insensibile. Ma qualcosa rimane, il sogno non svanisce.

Dal 2020 si prende cura dei vigneti, perché l'oblio non diventi concreto, un giovane che del lavoro tra i filari ne fa un motivo di vita, un motivo per il quale scendere dal letto ogni santa mattina che Dio mette sulla Terra.

Enrico Verdilio, ragazzo del '98, si è fatto le spalle e i calli, nei vigneti di diversi produttori qua e là sui Colli Bolognesi e la sua breve ma intensissima esperienza lo fa apprezzare tra i conoscitori dell'uva e del vino. Ricci biondi sulla testa, occhio azzurro senza ancora le rughe che segnano il tempo, Enrico intravede, come il Dott. Vallania sessant'anni prima, le enormi potenzialità che offrono queste terre.

Il ragazzo butta tutto se stesso su 10 ettari di vigna con determinazione, immaginazione e inventiva, cavalca quel sogno che Vallania ha purtroppo lasciato lì, sulla pista, anni prima.

Ha le idee chiare, il nuovo Enrico. Sa dove vuole arrivare, sa quello che può fare e lo sta pianificando al meglio. Da tempo, la forza vendita chiedeva a Terre Rosse Vallania una linea di vini dal piglio giovane e fugace, semplice ma maestoso, giovane ma mai frivolo e chi, se non un giovane, poteva raccogliere la sfida? Enrico sa il fatto suo, guarda avanti, molto avanti ma con una mano stringe comunque il passato, gli echi di tanta gloria non si spengono facilmente. Guanto lanciato e raccolto con risolutezza, lo scollamento con alcune statiche idee di tempi lontani sta avvenendo, è in evoluzione. L'etichetta Perditempo si rivolge al mercato dei wine bar e delle enoteche, dei locali sulla costa per sgomitare con gli amici romagnoli, si rivolge al mercato più giovane. Si compone di pochi vini ma ben costruiti, ben dosati e di pronta beva. Il nome Perditempo non lo conia il giovane Enrico, ma l'Enrico fondatore che non ha mai creduto in vini giovani e poco affinati. Ecco lo stacco, il solco è tracciato. il nuovo che elabora il passato, ne studia il percorso, lo migliora e lo colloca su nuovi mercati.

Con l'etichetta Perditempo troviamo un bianco, un rosso e una bollicina.

Il Bianco, ancora per quest'annata, è un blend di Chardonnay e una piccola percentuale di uve bianche a seconda dell'andamento della stagione, fresco, profumato, svelto, solo acciaio, per tiepidi aperitivi a base snack, salumi o formaggi freschi sulla spiaggia o all'ombra di campanili in piazze antiche. Pochi filari di Viognier e Piccolit, da tempo abbandonati e in parte ripristinati, assemblandoli con le uve precedenti completeranno, dalla prossima annata, il bouquet aromatico che correrà in ogni angolo del naso e sollazzerà i palati. Il Perditempo Rosso è composto con Merlot ottenuto da tre selezioni di cloni francesi e un ritocco di Cabernet Sauvignon, solo acciaio per una bevuta senza complessi di inferiorità, turgido frutto rosso che gronda, quel po' di spezie ed erbaceo che non guasta e un tannino corto e appuntito. Mai fatta una grigliatina estiva in giardino? E se iniziassimo con una tagliatella ai funghi? Le bolle del Perditempo sono un Pignoletto frizzante, rifermentato in bottiglia, agile, saltellante, divertente. Dorme solo 8 mesi in bottiglia prima della sboccatura alla volèe. Aromi di frutta bianca, glicine, erbette aromatiche, fine croissant e fini bollicine per accompagnare un tortellino, in brodo sant'Iddio, o un fritto leggero tra un sorriso, uno sguardo, un bacio.

Terre Rosse però, e il tono si fa austero, mantiene la sua linea, quell'idea di eleganza, finezza e grandeur che hanno fatto la storia aziendale. Con la linea tradizionale apprezzeremo vini più strutturati, intransigenti. con Vite Piccola avremo nel calice un Sauvignon da clone francese di terza generazione, sapido fresco, con i canonici sentori varietali, armonico e fine. Il 995 è un Pignoletto metodo classico, 24 mesi in bottiglia sui lieviti, pas dosé che racchiude tutta la sua freschezza, sentori di frutti gialli, buccia di cedro, la salvia e la crosta di pane appena sfornato regalano intriganti sensazioni. La linea classica si compone anche di un Pignoletto tranquillo e un Cabernet Sauvignon che affina in acciaio con una piccola quota in legno.

Di queste novità troveremo sicuramente modo di riparlarne anche perché Enrico Verdilio, giovane promettente, ci dovrà abituare a bottiglie di un certo valore per un bel po' di tempo. Incoraggio, quindi, gli amanti del vino e delle belle storie a fare conoscenza di questo giovane e partecipare, con lui, alla sua avventura magari per poter dire un giorno: io ho bevuto le sue prime bottiglie!


 

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