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I grandi piccoli Colli Bolognesi - Otto Logiurato

"Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l'uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza."

Così scriveva Alan Turing nel saggio Macchine calcolatrici e intelligenza nel 1950.

E. Lorenz studiò ed esaminò per primo questi concetti matematici analizzando documenti sul meteo, si evidenziava come alcuni parametri iniziali si sarebbero propagati nel tempo avendo la possibilità di modificare fortemente gli eventi nel futuro. Un meteorologo ipotizzava che un battito d'ali di un gabbiamo avrebbe potuto modificare il clima per sempre. Lorenz nel 1972, forse ispirato da alcuni diagrammi somiglianti ad una farfalla, intitolò una conferenza: "Può il batter d'ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?"

Insomma, ci siamo capiti, una gemma a frutto su un tralcio di vite a Cormons potrebbe tra qualche mese fare ubriacare un magazziniere a Buenos Aires che a sua volta potrebbe ribaltare un carico di materiale infiammabile che potrebbe incendiare una struttura che potrebbe... va bene, potrei inventarmi di tutto e scrivere decine di righe fino ad arrivare all'estinzione di massa più devastante della storia ma, vi prego, continuate voi.

Da tempo intendo fare visita ad una realtà vitivinicola sui Colli Bolognesi che pare il risultato di qualche equazione matematica, un insieme di progetti che, una volta collegati, messi in relazione tra loro, hanno dato eccellenti risultati.

Ebbene, l'Erasmus, le file in autostrada ad agosto, Milano fra Nolo e zona Stazione Centrale, le spiagge romagnole, la Germania e i Colli Bolognesi potrebbero essere legati dalla locuzione: "effetto farfalla" che abbiamo rapidamente analizzato poc'anzi.

Ma un'evoluzione di fatti innocui, messi in una certa sequenza potrebbero diventare straordinari invece che sempre e solo distruttivi?


Tra i dolci pendii delle colline, tra boschi dormienti e gocce di rugiada che dissetano la fredda terra, i concetti dell'effetto farfalla sembrano lontani anni luce ma nei miei viaggi sulle colline bolognesi, accarezzando il confine modenese, giungo a destinazione presso una realtà che concretizza verosimilmente il concetto concepito ed espresso da Turing poi da Lorenz.

La mattinata inizia in pianura con la nebbia piuttosto fitta, tutto è grigio, le forme lontane si perdono e si cancellano, le sagome vicine non riflettono colori brillanti ma malinconiche nuance smorzate. Eppure questa atmosfera un po' surreale, un po' misteriosa la trovo piuttosto affascinante e quando raggiungo le colline, questa sensazione si rinnova con più profondità. Mi attendevo un diradarsi della nebbia non appena mi sarei elevato di quota, anche di poco, ma mio malgrado questa non accenna a diminuire e l'orizzonte, che da qui si potrebbe aprire meravigliosamente verso nord ovest, rimane solo un immagine nei ricordi di periodi estivi.

Stefano Logiurato abita a Milano, zona Stazione Centrale, ha origini lucane ed è uno studente di filosofia. Nel suo cuore, pur avendo anche una specializzazione in comunicazione digitale, pulsa l'idea di una vita immersa nella natura, a contatto con verdi boschi e magari incontrando qualche animale selvatico. Nel 1998 si reca in Germania, a Marburg a nord di Francoforte per completare la tesi in filosofia ma tra un boccale di weissbier, un wurstel e qualche italica malinconia incontra Julia, una dolce matricola che studia lingue e letteratura inglese. Sarà per il mediterraneo ardore o per l'attrazione atavica che abbiamo noi italiani per la donna nordica ma Cupido ha le idee ben chiare.

Stefano attende che la sua Julia termini gli studi e tra progetti, idee e pensieri si viene al mare in riviera, il sole, il mare, le file ad agosto in A14 tra la Romagna e il futuro. Traslochi, spostamenti, cambi di direzione introducono la crisi economica del 2008 e la voglia di fuggire da una grande città diventa una necessità, un'urgenza. Nel frattempo si frequentano le spiagge romagnole e in uno di questi viaggi verso la ridente riviera, Stefano, forse stanco di stare in fila, esce dall'autostrada e si inerpica sulle Colline Bolognesi.

Penso che le sue prime sensazioni potessero essere di sollievo, refrigerio, silenzio, pace, serenità. Tra una salita e una discesa, tra l'ombra di un castagno e quella di un faggio si apre la porta del futuro, la chiave giusta nella serratura giusta. La coppia, trova su questi colli, tra poggi e boschi una loro dimensione, una risposta ai loro desideri.

Siamo nel 2010, Stefano e Julia si lanciano nello smartworking, trovano una casa in affitto e iscrivono i figli piccoli alle scuole primarie in Emilia Romagna. Decidono di far parte di quella popolazione collinare che negli anni ha visto immigrazioni diverse: prima i meridionali alla ricerca di lavoro, poi i figli dei fiori, oggi i neohippies, con un po’ più di tecnologia ma gli stessi bisogni di comunità e autenticità propri delle generazioni anni '70.

Il coraggio di buttarsi in imprese dall'incerto futuro è da encomiare, i giovani esploratori delle colline di Montebudello pur non sapendo nulla di agricoltura iniziano un'avventura e chiedono un supporto ai vicini che invece la vivono da generazioni. L'Azienda Agricola, nata quasi per gioco a compensazione delle giornate passate d’avanti al computer, si focalizza soprattutto sulla viticoltura, Stefano e Julia apprendono, imparano, applicano.

Le prime esperienze con il vino non sono facili, poiché la conversione dei terreni al biologico e le prime vinificazioni sono davvero complicate.

La famiglia Logiurato si appoggia molto alle comunità del territorio: il gruppo Campi Aperti che promuove l’agricoltura biologica e la garanzia partecipata; la cooperativa Accaparlante, il centro di documentazione handicap che promuove l’agricoltura sociale, qui a Monteveglio attraverso l’Associazione Streccapògn che aiuta giovani e adulti disabili o in difficoltà sociale, detenuti a svolgere attività all’aperto.

Nel 2013 arriva il primo vino, non ben riuscito per la mancanza di una corretta gestione delle temperature, ma già con tutte le peculiarità di questo versante dei colli: le viti di Stefano affondano le radici in terreni di origine marina, con forte presenza di argille e ferro, invero le terre di colore rosso confermano la presenza di questo minerale e una frana, pochi anni fa, ha rivelato la precisa stratificazione di questi terreni.

L'estro e la voglia di crescere permettono alla famiglia di gestire oggi quasi 11 ettari di cui 3 a vite, il resto albicocche, ciliegie, orti e bosco; presto lo spazio che occuperà la vite sarà di più, infatti Stefano lavora per realizzare nuovi impianti e soprattutto sta portando a termine altri progetti, direi lungimiranti, tra i quali ottimizzare la nuova cantina, sistemare i magazzini, un delizioso spazio degustazioni e una struttura che ospiterà un agriturismo con vista mozzafiato sulle colline. Tra l'altro Stefano e Julia sono attivamente impegnati nel sociale, spesso la mano d'opera per le raccolte e altri lavori sono affidate a persone portatrici di handicap oppure ospiti di penitenziari.

Possiamo dire con assoluta certezza che la famiglia Logiurato, ha posto qui radici piuttosto solide e il loro rapporto con il territorio è senza ombra di dubbio costruito su rapporti profondi, nei confronti della natura che li circonda, con la comunità montana ma anche con la città dove è presente nei mercati solidali.

Dopo una visita ai vigneti incantevolmente avvolti nella nebbia e all'embrione della cantina, Stefano e Julia mi fanno accomodare ad un tavolo dove si respira la vita della famiglia, dove si concentra l'essenza della vita domestica e avverto, tocco con mano le molecole di ogni cosa intorno a me, come se ogni cosa si dichiarasse apertamente parte del tutto. In questa equilibratissima atmosfera che cosa mai potrei trovare nei calici che i Logiurato si apprestano a porgermi? Cosa potrà esserci dentro le loro bottiglie se non un condensato di natura, armonia, serenità, equilibrio e cuore?

Le qualità di uve sono quelle tipiche sei Colli Bolognesi, Pignoletto, Cabernet Sauvignon e Barbera, le etichette delle bottiglie sono finemente lavorate ed esprimono già da subito la filosofia aziendale, sono raffigurati gli animali tipici del bosco al tratto, sottile, su fondo bianco, etereo, come se dicessero: "Si, qui ci siamo noi, ti imprestiamo la terra, fanne buon uso".

Il primo calice Stefano lo riempie di Re del Bosco, Pignoletto Frizzante DOCG 2020 metodo ancestrale. Le uve, raccolte a mano, tra fine agosto e i primi di settembre passano in pressa soffice poi vanno a riposare fino a gennaio. Aggiunta poi di lieviti autoctoni presi da una precedente pied de cuve e due mesi in bottiglia per far ripartire la fermentazione. Riflessi verdolini e buona consistenza, si presenta al naso con i tipici sentori di fiori di campo, frutta bianca, fieno e un fine croissant appena sfornato, merito forse, dei lieviti che ben lavorano. Tuttavia, anche se il bouquet aromatico risulta non eccessivamente complesso mi colpisce l'estrema pulizia che abitualmente non trovo in questo tipo di vino.. Il sorso, invece, esprime tutta la sua pluralità di sentori, da una sapidità sorprendente a una morbidezza richiamata dai lieviti, da fiori, frutta, erbaceo quanto basta, spezie verdi accennate e ruffiano quanto serva. Una interessante bevuta, posata, equilibrata, rotonda, da accostare ad antipasti, anche semplici con presenza di prodotti da forno, piatti di pesce poco elaborato e carni bianche come un coniglio al forno con patate, un piatto conviviale che ben si sposa con una eccellente bottiglia.

Proseguo gli assaggi con un simbolo dei Colli Bolognesi, il Neve, Colli Bolognesi Pignoletto Superiore DOCG 2020. Il tipico colore di questo Superiore non nasconde alla vista nessuna sorpresa ma il naso è interessante, probabilmente questa tipologia di terreno combinato alla varietà delle uve, l'età delle stesse e il clima compongono un mosaico ben assemblato per donarci una diversa essenza di Pignoletto.

I fiori di campo predominano l'olfazione con note di camomilla più accentuate, frutti bianchi, fieno e un lieve balsamico completano il bouquet mentre al palato si scopre la sua spalla acida, la giusta sapidità conferma la dislocazione su terreni rubati al mare migliaia di anni fa che impianti di 25 anni hanno ben sondato. Le rese basse e probabilmente la consonanza di altezza ed esposizione si rispecchiano nel discreto corpo di un Pignoletto giovane ma già ben muscoloso, il calore dato dai 13,5% di alcool sostengono l'equilibrio di questo bel vino. Perché non metterlo a fianco di un piatto di tortellini in brodo? Perché non abbinarlo a qualche fetta di mortadella affettata sottilissima? Perché non maritarlo a un Parmigiano Reggiano di 24 mesi e tentare un 36?

Insomma una versione di Pignoletto ben riuscita che mi conferma la dannata passione di Stefano nel realizzare e dare concretezza ai suoi, ai loro, sogni.

I terreni aziendali, con la forte presenza argillose e ferrosa, sarebbero un suolo ideale per una produzione rossista e in effetti il Bologna Rosso, anche se giovane, che Stefano mi versa nel calice ha caratteristiche tipiche dei vini che dimorano su questo tipo di terreno, pigmentazione intensa e buon calore. Il Noah Bologna Rosso 2020 è costruito in egual misura da Cabernet Sauvignon e Barbera e i riflessi violacei parlano annunciano già cosa mi appresto ad assaggiare. I vigneti hanno quasi 25 primavere, radici profonde, grappolo spargolo quindi grande concentrazione; la dislocazione a nord ovest raccoglie i caldi raggi pomeridiani. Raccolta rigorosamente fatta a mano tra settembre ed ottobre, 10 giorni di contatto con le bucce e dopo la malolattica lavora in vasca d’acciaio 6 mesi per poi essere messo in bottiglia a riposare 12 mesi. Il naso è un'esplosione di frutti rossi dove in prima fila si posiziona il lampone e a venire ciliegia assai matura, mora e a finire appare qualche frutto nero, lievi spezie ed erbe di campo perfezionano il bouquet. Probabilmente l'esuberanza della giovane bottiglia deve ancora mostrare il corpo che forse ci si attende ma ha le caratteristiche per una buona permanenza nello scaffale della cantina. Rimane piuttosto al centro della bocca e le parti dure, scalpitanti, si ben avvertono, sapidità, acidità e un levigato tannino sono equilibrati da un alcol piuttosto presente anche se i suoi 13,5 di titolo alcolometrico non lo direbbero. Armonico, di buona intensità e inaspettata persistenza rimango colpito da ogni cosa che questa bottiglia non presenta ma dice.

Un arrosto come si deve e una cacciagione sia da piuma che da pelo lo accompagnerebbero discretamente, lo riassaggerei tra almeno un anno per scoprirne altre meravigliose caratteristiche e poterlo affiancare ad altri piatti magari più strutturati.

La nebbia non vuole andarsene ma io devo tornare nelle mia terre basse, l'ospitalità dei Logiurato insieme ai loro vini ha reso questi primi giorni del 2022 un bell'inizio.

Saluto i bravissimi Stefano e Julia, sparisco nella nebbia che ispira pensieri, accende sogni, alimenta idee.

Ecco svelato "l'effetto farfalla" dei Colli Bolognesi, dove un'innocente idea di un lucan-meneghino ha trascinato eventi e persone in un bellissimo progetto che a sua volta sarà da trampolino per altri avvenimenti. I lavori sono in corso, aspetto con impazienza l'evolversi delle cose, sicuro che il tempo, almeno qui su, rallenta e perfeziona ogni cosa.

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