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I grandi piccoli Colli Bolognesi - Mastrosasso

Metti un pomeriggio grigio, uggioso, piovoso. Ma non di quella bella pioggia scrosciante e grassa ma quella pioggerellina fine e insistente, silenziosamente antipatica e quantomai fastidiosa. L'umidità ti attraversa le ossa e il caldo di casa non è sufficiente ad asciugartele, ci vorrebbe un bel calice di un grosso vino rosso, magari di quelli che ti riempiono l'anima. Dopo averti riempito il calice.

Ma perché non andarne a scoprirne di nuovi? Cosa ce ne facciamo di 300 bottiglie in cantina coricate a dormire e in attesa di essere risvegliate, non dal bacio di un principe azzurro qualsiasi, ma dal mio cavatappi?

Come al solito disegno un tracciato, scelgo un luogo, vedo i produttori che sono in zona e telefono. Siete aperti? Tra meno di un'ora sono da voi.

Sfacciato si, ma almeno mi annuncio.

In questo mio improvvisare degustazioni trovo, sempre e comunque, viticoltori che non vedono l'ora di raccontarsi, di spiegarti il perché di certe scelte e il perché di altre.

Un fil rouge che lega indissolubilmente tutti questi produttori è sicuramente l'entusiasmo che se non ti contagia, fa cambiare colore al pomeriggio, da grigio a giallo paglierino con riflessi verdognoli.

L'inverno è al centro della sua trimestrale esistenza e sui colli la plumbea aria firma inequivocabilmente questo periodo. Ma ogni stagione ha il proprio fascino, in ogni luogo. Il mare d'inverno ha il suo particolare incanto, l'autunno in collina ha il suo, la primavera è bella ovunque e l'estate in pianura è insopportabile.

L'inverno, come certe giornate di metà autunno, ti richiama al calore di casa, alle stufe e ai caminetti accesi, all'odore di fuliggine e di castagne, ai piatti che ti riscaldano dentro più moralmente che meccanicamente. La neve è caduta abbondante qualche settimana fa ma sui colli bolognesi ha vita breve, spesso le correnti che si infilano dalla pianura sciolgono in fretta la candida distesa. A volte però la ritroviamo fin quasi a primavera inoltrata. Da ricordare le nevicate di aprile, non rare fino a qualche anno fa.

Proseguo il mio viaggio verso il produttore di vino di questo pomeriggio, salgo ancora le colline, di questo vignaiolo che a breve conoscerò di persona me ne hanno parlato in diversi e un amico di famiglia mi raccontava di certi suoi bianchi, di sicuro interesse.

Siamo a Savigno e mi inerpico letteralmente sul fianco di una collina perché in cima trovo l'Agriturismo Mastrosasso Azienda Agricola. Il titolare, Alessandro Bartolini detto appunto Mastrosasso, mi accoglie e mi racconta delle sue terre, della sua casa costruita in autonomia con le pietre e i sassi di una casa demolita sulla collina opposta. Chi ha avuto la fortuna di conoscere Ezechiele il lupo, saprà che fatica farebbe qui, soffiando, per abbattere queste dimore solide e robuste.

Mi ritrovo nel cortile di questa meravigliosa costruzione e Alessandro mi racconta che, comunque lui, è stato un muratore di case tipiche prima di diventare un vignaiolo e sa il fatto suo circa muri, travi e come costruire una cantina. Sì perché in passato ne ha costruite anche per colleghi vignaioli della zona e la passione per l'acqua di Bacco gli è nata proprio costruendo cantine.

Quando sei qui, da Mastrosasso, sarà la vista mozzafiato sui colli, sarà la pace e il silenzio, le costruzioni dell'azienda in sasso e legno e quello stile architettonico che contraddistingue i luogo. Saranno queste sensazioni ma qui hai proprio l'idea di vivere a braccetto con la natura, darle rispetto e ascoltarla, capirla e sostenerla per poter cogliere i suoi migliori frutti.

Solo zolfo e rame, sovescio, niente veleni, queste le ultime parole di Mastrosasso prima di accomodarci ad un un bel tavolo di legno porgendomi un calice. Ne prende uno anche lui e inizia ad appoggiare diverse bottiglie.

Iniziamo subito con una bomba, bottiglia del 2017 con vetro chiaro, tappo a corona e all'interno un Pignoletto frizzante rifermentato in bottiglia. Sabio è il suo nome, come l'antica Savigno. Non è limpido, il colore giallo tendente all'arancio con riflessi ramati non nasconde i lieviti che ho chiesto di mandare in sospensione scuotendo un po' la bottiglia. Il naso viaggia su una fine e sottile crosta di pane e frutti bianchi maturi, si scorge una mela cotogna e una pera stramatura che danzano sul croissant appena sfornato. Una piacevole, per chi l'apprezza, presenza di aromi aldeidici accompagnano una prima analisi. La sua bolla ruspante e decisa non spazza via la morbidezza, la rotondità di questo Pignoletto, date dalla presenza dei lieviti.

Un metodo ancestrale che non cela la sua vena grintosa e selvaggia ma viene ben domata dalle sapienti mani di Alessandro. Tra una bottiglia di Pignoletto e un Sauvignon, l'entusiasmo di Mastrosasso Bartolini esplode e mi propone tosto una piccola verticale di

Sabinio, 2014, 2015 e 2016.

Innanzi tutto il Sabinio è un uvaggio e nella bottiglia troviamo Chardonnay, una piccola percentuale di Albana e uve da vecchie vigne autoctone presenti nel podere da diversi decenni, Alionza, Uva Tasca e Uva Bura. Chardonnay e Albana le conosciamo piuttosto bene direi, l'Alionza? Antico vitigno che proprio tra Modena e Bologna trova le sue più antiche radici, forse proveniente dalla Francia è sui Colli Bolognesi da almeno il 1303, secondo il De Crescenzi. Utilizzato quasi sempre in blend, ha la caratteristica di dare un tocco di eleganza e morbidezza ai vini del quale fa parte, ci regala sensazioni fruttate, mandorla e miele. Non facile da ammaestrare e quindi tendenzialmente sull'orlo dell'abbandono. Avremo modo di riparlarne.

Per l'Uva Bura possiamo dire che il nome è fortemente di derivazione dialettale, qui viene detta U Bura (letteralmente Uva Buia, scura), probabilmente si tratta di Verdicchio e ci regala una dignitosa sapidità, un frutto bianco maturo e una discreta acidità. Per quanto riguarda l'Uva Tasca mi sto informando, sono in contatto con ampelografi ed enologi per poter dare una collocazione a questa uva perduta, ne scriverò appena avrò informazioni certe. Di sicuro questo blend ci regala un sorprendente vino dal colore giallo paglierino intenso con bellissimi riflessi brillanti. Il 2014, tra i tre assaggiati, è quello che mi ha più sorpreso. Il calice sprigiona un'affascinante complessità di aromi tracciata su sentori di frutta bianca e soprattutto gialla ad un livello di maturazione piuttosto elevato. Il sorso è intenso, la trama di frutta molto matura è sostenuta da una elegante acidità ben bilanciata dal calore dei suoi 14 gradi, vigoroso e rotondo non nasconde un ricordo di ossidato, giustamente sapido e abbastanza persistente.

Nel complesso un'interessante bevuta. Da abbinare a piatti di carni bianche piuttosto profumati, piatti di pesce sostenuti e perché no cacciagione da piuma. Visto che siamo a Savigno, capitale del Tartufo Bianco Pregiato dei Colli Bolognesi, perché non mettiamo qualche scaglia su un uovo all'occhio di bue?

Alessandro non contento dei numerosi assaggi di vini bianchi si alza e mi sistema una mezza dozzina di bottiglie di rosso sul tavolo ma devo desistere, mi attende più di un'ora di strada di collina per il ritorno. L'appuntamento è per i prossimi giorni con una degustazione di rossi, con giornate più lunghe e temperature più miti. Scendo dalla collina con molte voraci curiosità da sfamare, uve da scoprire e bottiglie da aprire. I Colli Bolognesi nascondono ancora meravigliosi anfratti di sapienza e tradizioni nascoste, misteri e mistiche filosofie, come un fondale marino che nasconde relitti da scoprire e riportare in superficie.





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